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Omelia del Vescovo agli Operatori del Consultorio – Tiggiano, 14 dicembre 2023

Feriti dall’amore, imparate e insegnate ad amare *

 

Cari fratelli e sorelle,

il tempo di Avvento risponde ad un desiderio fondamentale vedere Dio. Non solo di pensarlo, di sentirlo, di immaginarlo, ma di vederlo. Facendosi interprete di questo desiderio il profeta Isaia esclama: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (Is 63,19). E Dio risponde a questo nostro desiderio inviando suo Figlio, nel quale risplende il suo infinito amore paterno.

 

Apprendisti dell’amore per insegnare ad amare

            Su questo tema si sofferma san Pietro Crisologo quando scrive: «Dio, vedendo il mondo sconvolto dalla paura, interviene sollecitamente per richiamarlo con l’amore, invitarlo con la grazia, trattenerlo con la carità, stringerlo a sé con l’affetto […]. La fiamma della divina carità accese i cuori umani e tutta l’ebbrezza dell’amore di Dio si effuse nei sensi dell’uomo. Feriti nell’anima, gli uomini cominciarono a volere vedere Dio con gli occhi del corpo. […] L’amore non si arresta davanti all’impossibile, non si attenua di fronte alle difficoltà»[1].

Il desiderio di vedere Dio nasce da questa ferita di amore che Dio stesso ha impresso dentro di noi. L’amore vuole vedere. È questa l’esperienza umana più essenziale. Quando uno ama un’altra persona, implicitamente gli comunica il suo desiderio di volerla vedere. E, se per caso, gli dirà: «Vieni, amore mio!». Pronuncerà la stessa frase che cantiamo più volte in questo tempo di Avvento. Spesso con i nostri canti ripetiamo questo ritornello: «Vieni, Signore Gesù!». Esprimiamo cioè il nostro desiderio di vedere colui che amiamo e che la nostra ferita sente come presenza essenziale per la propria vita.

Anche san Basilio, sottolinea che questo desiderio non è provocato dall’esterno, ma è innato in noi. «L’amore di Dio non è un atto imposto all’uomo dall’esterno, ma sorge spontaneo dal cuore come altri beni rispondenti alla nostra natura. Noi non abbiamo imparato da altri né a godere la luce, né a desiderare la vita, né tanto meno ad amare i nostri genitori o i nostri educatori. Così dunque, anzi molto di più, l’amore di Dio non deriva da una disciplina esterna, ma si trova nella stessa costituzione naturale dell’uomo, come un germe e una forza della natura stessa. Lo spirito dell’uomo ha in sé la capacità ed anche il bisogno di amare»[2].

Quando uno s’innamora non risponde ad un dovere, ma ad un’esigenza interiore, ad un moto dell’anima. E tutto questo è straordinario. Dentro il cuore dell’uomo, in ogni persona c’è questo istinto, questa forza interiore di voler vedere e amare Dio. Talvolta bisogna risvegliarla. Mai però essa si estingue. E voi, volontari del consultorio diocesano, siete chiamati ad essere, “apprendisti dell’amore per insegnare ad amare”. Non ho detto che “siete maestri”, cioè che sapete tutto. No! Ho detto solo che siete “apprendisti” perché l’amore è un’arte, e come ogni arte è qualcosa che si impara col tempo e con l’’esperienza.

Che cosa straordinaria è l’arte di amare! Bisogna certo esercitarsi, ma sul fondamento di un istinto che è dentro di noi. L’amore non si impone. Nessuno può forzaci ad amare. L’amore è un’energia profonda che sorge spontanea e rende bella la vita dell’uomo. Questo vale anche nel nostro tempo. Pur con tutte le difficoltà, rimane vero che l’amore è una forza primordiale che si impone istintivamente dall’interno e chiede di essere soddisfatta.

Certo, afferma ancora san Basilio, «la regola del buon uso vale anche per il dono dell’amore. Nella stessa nostra costituzione naturale possediamo tale forza di amare anche se non possiamo dimostrarla con argomenti esterni, ma ciascuno di noi può sperimentarla da sé stesso e in sé stesso. […] Quale desiderio dell’animo è tanto veemente e forte quanto quello infuso da Dio in un’anima purificata da ogni peccato e che dice con sincero affetto: Io sono ferita dall’amore? (cfr. Ct 2, 5). Ineffabili e inenarrabili sono dunque gli splendori della divina bellezza»[3].

È necessario il buon uso dell’amore. Voi siete coloro che, partendo dalla vostra esperienza, insegnate a seguire questa regola di vita. Comunicate ad altri ciò che voi stessi sperimentate e cercate di vivere. Proprio perché apprendisti, facendo buon uso dell’amore, accompagnate gli altri a saper amare. Solo facendo buon uso dell’amore si sperimenta una gioia straordinaria che rende bella la vita.

 

Alla scuola di tre maestri

            Le letture proclamate in questa liturgia propongono la testimonianza di tre maestri della fede: i profeti Elia ed Isaia e san Giovanni Battista. Il profeta Isaia presenta l’amore nella sua fragilità e debolezza, ma richiama anche la sua forza e la sua potenza. «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto – oracolo del Signore – tuo redentore è il Santo di Israele. Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte; tu trebbierai i monti e li stritolerai, ridurrai i colli in pula. Li vaglierai e il vento li porterà via, il turbine li disperderà […] cambierò il deserto in un lago d’acqua, la terra arida in sorgenti» (Is 41, 14-16.18).

L’amore è una forza straordinaria, ma la persona umana è debole. Non bisogna meravigliarsi se qualcuno sbaglia o vive momenti di difficoltà. Il Signore viene in soccorso con la sua grazia e trasforma la fragilità in una “trebbia acuminata” che stritola tutto ciò che incontra. Contrariamente a quanto afferma la cultura contemporanea, l’amore che il Signore infonde nei nostri cuori consente di compiere cose impensabili. Addirittura è capace di cambiare «il deserto in un lago d’acqua». Anche l’amore inaridito può rivivere, come terra arida che diventa un florido giardino e come la steppa che fiorisce. In altre parole, la grazia di Dio rende la persona amabile e capace di amare.

È l’insegnamento proposto da Giovanni Battista, il più grande tra i nati di donna (cfr.  Mt 11,11-15). Egli insegna che nella vita ci vuole coraggio e audacia per vivere l’amore in modo pieno. Molto utile è anche il riferimento ad Elia, profeta di fuoco, ardente di amore per il Dio (cfr. Sir 48,1). La sua parola è come una fiaccola che incendia i cuori degli uomini. Per questo, al termine della sua esistenza, venne assunto in cielo in un carro di fuoco (cfr. Sir 49,9s).

 

Un decalogo per imparare e insegnare ad amare

            L’amore è, dunque, un dono, ma è anche una conquista. È un moto spontaneo, ma va anche disciplinato. Per questo suggerisco, in forma di un “decalogo dell’amore”, alcune indicazioni da tenere presenti nel vostro impegno di volontariato.

Primo comandamento: Amarsi, lasciarsi amare, amare. Queste tre coniugazioni del verbo amare formano un unico processo d’amore. Innanzitutto, è necessario partire dalla dimensione riflessiva dell’amore. Amare sé stessi non è un atto di egoismo, non vuol dire chiudersi nel proprio io in una sorta di autocompiacimento, ma vuol dire riconoscere il proprio valore e apprezzare la propria persona così come essa è, anche con i suoi limiti.

Certo, amarsi, a volte, è difficile. Le resistenze ad amare l’altro spesso nascono dal fatto che non si vuole bene alla propria persona. Si cerca nell’altro la soddisfazione che non si sa dare a sé stessi e che l’altro non sempre può dare. Accettarsi è un passo fondamentale per cominciare ad amarsi in maniera incondizionata, in modo da amare gli altri senza la continua ricerca del loro riconoscimento. Imparare ad accettare i propri pregi, le virtù e i difetti è la precondizione per amare gli altri. Non bisogna fuggire da sé stessi per darsi totalmente agli altri. Il comandamento evangelico chiede di amare il prossimo come sé stessi (cfr. Mc 12, 31). L’amore verso sé stessi è il preludio all’esperienza di sentire di essere amati da qualcuno in modo incondizionato. Le parole di apprezzamento e i gesti concreti di affetto sono un segno tangibile d’amore. Questo vale soprattutto nei riguardi di Dio. Si deve sempre confermare la fiducia che egli mai abbandona e ama sempre[4]. Sulla base di queste due precondizioni sarà più facile amare l’altro, stimando la sua persona e rendendosi disponibile nei riguardi delle sue necessità.

Secondo comandamento: Amore come azione, dono e accoglienza. L’amore è un’azione che si esprime come dono e accoglienza dell’altro nella logica del dare e del ricevere. Occorre donare quello che si ha e che si è per meritare di ricevere quello che manca. Fondamentale nell’amore è il principio della reciprocità che si basa sul fatto di restituire attraverso la gratitudine quello che è stato donato.

Terzo comandamento: Amore come rispetto, distanza, attesa. Non bisogna invadere il cuore dell’altro, ma rispettare la sua alterità. Bisogna cioè mettersi di fronte al suo mistero, riconoscere la sua particolare ricchezza. In un certo senso, si tratta di mantenere la distanza, conservare il senso dell’attesa, aspettare i tempi opportuni, non pretendere di consumare la relazione secondo il criterio del “tutto e subito”.   

Quarto comandamento: Amore come apprendimento, ripresa, pausa. Amare è un’arte che si apprende e si impara dalla vita. Non una volta per tutte, ma in un cammino progressivo secondo il ritmo della ripresa, cioè del ricominciare contemplando anche i momenti di pausa. La musica prevede necessariamente delle pause. Sono momenti essenziali per rendere bella la melodia. L’intervallo non è il vuoto, ma la sospensione in vista della ripresa. Anche l’amore esige la sospensione, la sosta e il momento di riposo.

Quinto comandamento: Amore come sentimento, volontà, stile. L’amore è sentimento unito alla volontà. Bisogna dire contemporaneamente “sento e voglio amarti”. Il sentimento può essere labile e fugace, la volontà è una decisione che dura anche quando il sentimento si affievolisce. Purtroppo oggi questa visione è totalmente dimenticata. Bisogna invece acquisire uno stile di vita che tenga insieme la dimensione emozionale e quella decisionale.

Sesto comandamento: Amore come solitudine, scelta, ascolto. L’amore chiede di prestare attenzione all’altro. Ma questo atteggiamento è possibile se si coltiva l’attitudine a stare soli con sé stessi. Non in una sorta di isolamento, ma in un atteggiamento di concentrazione per sviluppare la capacità di scelta e la disponibilità all’ascolto. Si tratta di atteggiamenti fondamentali di cui oggi si sente l’urgenza della ripresa.

Settimo comandamento: Amore come abbraccio, dialogo, arte[5]. L’amore richiede l’abbraccio. Si abbraccia il corpo e si può abbracciare anche l’anima. Non solo in modo fisico, ma anche dialogico. Le parole ascoltate e donate creano una condizione di affetto che stringe e riscalda il cuore. L’abbraccio assume una valenza profonda e significativa perché riesce a trasformare l’atto fisico in un gesto simbolico carico di emozioni e significati universali. Diventa così un simbolo di comunione spirituale e di vicinanza emotiva, capace di superare ogni barriera e di avvolgere l’anima in un calore rassicurante. Imparare l’arte dell’abbraccio vuol dire imparare ad amare.

Ottavo comandamento: Amore come guarigione delle ferite, svuotamento, abbandono. È inevitabile che le relazioni umane siano accompagnate anche da ferite. L’amore vero è però come un balsamo: le addolcisce e le guarisce. Questo richiede la disponibilità allo svotamento di sé. Cristo, afferma san Paolo, exinanivit semetipsum, cioè si abbassò, l’infinitamente grande si fece infinitamente piccolo. Si donò sulla croce consegnandosi totalmente nelle mani del Padre. Come è bello sapere di poter contare sulla cura di un altro, abbandonarsi come un bambino nelle braccia della madre o del padre. L’abbandono esprime la fiducia nell’altro. Si è sicuri di potersi fidare e affidare non perché ci sono motivi particolari, ma semplicemente perché non si dubita del suo amore.

Nono comandamento: Amore come debolezza, rinuncia, silenzio. Amare non è dimostrare la propria potenza. Talvolta è necessario esprimere la propria debolezza. Bisogna riconoscere che siamo deboli. Amare è accogliere la propria e l’altrui debolezza rinunciando al desiderio di possesso e coltivando la relazione in un profondo silenzio. Le troppe parole possono provocare un disturbo. Meglio custodire l’amore con il silenzio per dire quello che le parole non possono dire.

Decimo comandamento: Amore come gioia, letizia, giubilo. Tre parole per esprimere l’effetto tonificante e gratificante dell’amore. Si va dalla gioia, alla letizia e al giubilo. Quest’ultima sensazione significa: provo una felicità tale, che non so dire con nessuna parola. Il giubilo contiene una tale pienezza di gioia che è impossibile esprimere con le parole. «Chi giubila – scrive sant’Agostino – non pronunzia parole ma emette dei suoni indicanti letizia, senza parole. Il giubilo è la voce di un cuore inondato dalla gioia, d’un cuore che, per quanto gli riesce, vuol manifestare i suoi sentimenti, pur senza comprenderne il significato. L’uomo che in preda alla gioia si mette ad esultare, da parole che non si riesce né a dire né a comprendere passa a delle grida di esultanza ove non ci sono più parole. Dai suoni che emette si vede benissimo che egli è contento ma anche che, sopraffatto dalla gioia, non riesce a dire a parole ciò che lo fa godere»[6].

Cari volontari, come ho detto all’inizio, voi siete gli apprendisti di questo amore per insegnare agli altri la bellezza di amare secondo questo decalogo d’amore.

 

 



* Omelia nella Messa con la partecipazione dei volontari del consultorio diocesano, chiesa sant’Ippazio, Tiggiano, 14 dicembre 2023.

[1] Pietro Crisologo, Discorso, 147.

[2] Basilio, Regole più ampie, 2, 1.

[3] Ivi.

[4] Cfr. H. J. Nouwen, Sentirsi amati. La vita spirituale in un mondo secolare, Queriniana, Brescia, 2011.

[5] Cfr. E. Fromm, L’arte di amare, Il Saggiatore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1963.

[6] Agostino, Commento sui salmi, 99,4.